INCONTRO LAICI MISSIONARI – SUAM

 

 

TEMA: “I laici missionari si incontrano e si raccontano”.

 

DATA: 14 giugno per cena al 16 giugno pranzo 2019.

 

LUOGO: Missionari Comboniani via Luigi Lilio 80, Roma – Eur

 

PARTECIPANTI: due laici per ogni istituto missionario, due laici dei CMD, alcuni rappresentanti del SUAM, gli invitati e i testimoni.

 

 

PROGRAMMA:

 

– Venerdì 14:

Arrivo e accoglienza per cena ore 19:30.

Ore 20:30: Introduzione, organizzazione, presentazione, preghiera.

 

– Sabato 15:

Ore 7:30: Colazione.

Ore 8:30: Preghiera

Ore 9:00: Marco Vergottini: “ Il cristiano testimone. Identità e missione”. Relazione e dialogo.

Ore 10:30: Intervallo

Ore 11:00: Lavoro in gruppi sul tema: tre elementi che ci aiutano nel cammino.

Ore 12:00: Plenario

Ore 13:00: Pranzo

Ore 15:00: Due esperienze missionarie di partenza Ad Gentes.(ALP del PIME e Fulvio-Elisa equipe            del CMD di Roma).

Ore 16:00: Brainstorming in gruppetti: alcuni elementi che ci aiutano per la partenza e per vivere il                ritorno.

Ore 16:30: Intervallo

Ore 17:00: Plenario

Ore 18:30: Eucarestia

Ore 19:30: Cena

Ore 20:30: Serata di festa e di fraternità. Sarà animata dai laici consolata.

 

Domenica 16:

Ore 7:30: Colazione

Ore 8:30: Preghiera

Ore 9:00: Due esperienze di missione qui e adesso: “ La missione nella quotidianità e realtà locale.  Quali forme e modalità di presenza missionaria?” Esperienza della Zattera a Palermo  (laici comboniani) e Comunità Malbes Padova della rete “Missio KM 0”.

Ore 10:00: Brainstorming

Ore 10:30: Intervallo

Ore 11:00: Plenario

Ore 12:00: Sintesi e percorsi, comunicazioni, valutazione.

Ore 13:00: Pranzo e partenza.

 

 

 

PARTECIPANTI

 

 

NOME COGNOME TELEFONO EMAIL Famiglia missionaria
Antonio Scardamaglia 3388129963 todoragi@gmail.com comboniani
Dorotea Passantino 3336778424 todoragi@gmail.com comboniani
Michela Speggiorin 3391846219 zampetti.michela@gmail.com comboniani
Dorella Simonetto 3401410182 dorella.battistella@gmail.com comboniani
Padre Giorgio Padovan 3924092517 giorgiopadovan@gmail.com Comboniani
Marta Chiaradonna 3474572235 martachiaradonna@gmail.com saveriani
Elisabetta Grimoldi 3489032129 elisabetta.eralti@alice.it saveriani
Padre Piero De Maria 3342600967 pgdem@yahoo.it consolata
Antonio Manta 3518040414 antonio-manta@libero.it consolata
Massimo Salviato 3406652821 massimosalviato80@gmail.com consolata
Laura Merlo 3495932687 massimosalviato80@gmail.com consolata
Wanda Di Giacomo 3202336409 wanda.digiacomo@gmail.com Villaregia
Suor Antonia Dal Mas 3895625413 mdiantonia@gmail.com Missionarie Dell’Immacolata PIME
Valeria Cogni 3450296863 valeria.miriam22@gmil.com F.M.M.
Barbara Giribaldi 3209783808 studio.cogni@micso.net F.M.M.
Suor Ella Somè 3881780039 someella@yahoo.fr F.M.M.
Patrizia Caterina Muraro 3343295572 spamur@alice.it saveriane
Pietro Antonio Spada 3478413743 spamur@alice.it saveriane
Carla Pettenuzzo    3484082657 comunitamalbes@gmail.com Suore comboniane
Mario Zarantonello 3283693463 comunitamalbes@gmail.com Suore comboniane
Mauro Brucalassi 3282374230 mauro.brucalassi@gmail.com Suore consolata
Rossana Petrini mauro.brucalassi@gmail.com Suore consolata
Fulvio Ferrari 3421793568 fulvioelisa@gmail.com CMD Roma
Elisabetta M. Grisogono fulvioelisa@gmail.com CMD Roma
Simonetta Redaelli 3281476536 simoreda@hotmail.it ALP PIME
Lorenza Castelli 3288720233 armondi@tiscali.it MdI PIME
Gennaro Campanile 3497418799 gennaro50_4@libero.it MdI PIME

 

 

 

 

 

 

 

 

DIARIO DELLE GIORNATE

 

VENERDI’ pomeriggio:

 

Si arriva in orari diversi, ma veniamo ben accolti e sistemati nella casa generalizia dei missionari Comboniani.

 

Dopo cena ci ritroviamo per un primo incontro che serve per presentare, introdurre e organizzare il convegno laici missionari.

 

  1. Giorgio ci dà il benvenuto a nome del SUAM (segretariato unitario di animazione missionaria) e ci invita ad accoglierci, gli uni gli altri, con un abbraccio missionario.

 

Il primo momento lo dedichiamo alla presentazione dei partecipanti come persone e membri di famiglie missionarie, per iniziare a conoscerci.

 

Leggiamo e riflettiamo sullo schema e programma inviato con antecedenza e preparato dal Suam e dai laici della consolata e comboniani.

 

Lo scopo di questo incontro è quello di far incontrare, a livello nazionale, i laici missionari organizzati come associazioni e nati dal carisma degli istituti missionari presenti in Italia. Questo per favorire una condivisione e una riflessione sul cammino missionario laicale e in futuro prossimo un tavolo di coordinamento.

Una esperienza simile già esiste, ma a livello di diocesi di Milano, ed è iniziata nel 2011. Alcuni di questo gruppo sono stati contattati e sono presenti in questo convegno di Roma.

 

In seguito vengono condivisi alcuni servizi:

– coordinamento: Giorgio, Piero, Massimo.

– segreteria: Lorenza, Gennaro.

– liturgia: laici consolata e comboniani

– economia: Barbara.

– animazione: consolata.

 

Terminiamo con un momento di preghiera, affidando allo Spirito Santo, protagonista della missione, il cammino di questi giorni.

 

 

SABATO mattina

 

Dopo la colazione ci ritroviamo in cappella per la preghiera “I cieli narrano la Gloria di Dio”.

 

Ore 9:00 Marco Vergottini: “ Il cristiano testimone. Identità e Missione”. Relazione e dialogo con il relatore.

 

Qui sotto viene offerta una sintesi. Per il testo completo vedere allegato n°1

 

L’intervento è una riflessione teologica sui fedeli laici la cui importanza nella Chiesa è stata fortemente sottolineata dal Concilio Vaticano II con sovrabbondanza di riferimenti nei documenti ufficiali. In particolare vengono richiamati i testi della “Lumen Gentium” (LG), il decreto sull’apostolato dei laici “Apostolicam Actuositatem” (AA) e della “Gaudium et Spes” (GS).

Il retroterra culturale è da ricercarsi già nella prima metà del ventesimo secolo caratterizzato dalla presenza nella Società di un laicato associato e molto attivo, come l’Azione cattolica, nonché dalla nascita della “Teologia del laicato” in Francia.

A questo proposito viene menzionata l’opera “Jalons pour une théologie du laicat” di Yves Congar edita nel 1953. Il pensiero dell’autore mostra nel suo scritto limiti evidenti nello schema convenzionale che segna profondamente il binomio Chiesa-Mondo, definendo categorie distinte in cui difficilmente paiono incontrarsi i Chierici e religiosi da un lato (dedizione all’ordine soprannaturale), e i laici che “attendono alle realtà temporali” (ordine naturale).

La conseguenza di queste posizioni è una “deriva clericale” che pone i preti in posizione di assoluta predominanza nella Chiesa e relega i laici ad un ruolo meramente subordinato e di passività.

Ciò non tiene conto che la Chiesa vive nel mondo e che pertanto la “secolarità” è di ogni cristiano. La dimensione spirituale è patrimonio di tutti, laici e consacrati.

Nella LG si afferma infatti che i battezzati fanno parte del popolo di Dio senza alcuna distinzione.

Esiste un sacerdozio universale di cui sono espressione tutti i credenti, comprese ovviamente le donne. Accanto a questo esiste un sacerdozio ministeriale e gerarchico (che si può definire comune) che esprime un servizio alla Chiesa.

Tuttavia non si può negare che, allo stato, la maggior parte dei laici si ritrovi in condizioni di scarsa maturità di fede e che si rende necessario innescare processi di crescita per giungere ad una dimensione che consenta loro di esprimere una “spiritualità adulta”.

Appartenenza ecclesiastica

Il traguardo da raggiungere è quindi di restituire piena responsabilità e competenza ecclesiale a ogni credente. Ciò implica il superamento di diverse criticità all’interno della Chiesa, come la scarsa valorizzazione delle donne oppure la distanza che spesso si crea tra gli operatori pastorali impegnati attivamente e i laici che si definiscono semplicemente praticanti, etc.

Occorrono percorsi formativi mirati per giungere ad una piena e responsabile partecipazione alla vita della Chiesa.

La qualità dell’agire morale

Tra la difficile scelta di un radicalismo evangelico e l’avvilente spirito di adattamento va ricercata una terza via, quella che si fonda sulla coscienza morale che rende testimonianza ai valori del Vangelo con rigorosità e sfuggendo da facili accomodamenti. Obiettivo questo perseguibile attraverso un itinerario formativo ben congegnato che susciti interesse e passione, guidando le persone ad un discernimento profondo per essere testimonianza vivente del Risorto.

La vita secondo lo Spirito

Attraverso la formazione è possibile conseguire una spiritualità evangelica che porta a seguire Gesù nella coerenza della propria esistenza. Questa possibilità deve essere “reclamata e promossa non già per qualche vocazione cristiana o per qualche élite, ma per ogni cristiano”.

La chiamata alla santità nella Chiesa ha carattere universale. Il Signore chiama tutti e non esclude nessuno.

Che cosa significa essere cristiani (1969) – C. M. Martini.

“La cosa importante da dire è che non c’è definizione del cristiano che non sia in rapporto a Cristo: non ci sarà mai una definizione esaustiva del cristiano che riguardi soltanto la sua diversificazione o il suo comportamento rispetto all’ambiente che lo circonda. Da questa affermazione tutto il resto viene condizionato. Ogni tentativo di definire la nostra posizione deve partire dalla persuasione che noi siamo sostanzialmente – e quasi unicamente – delle persone che sono afferrate da Cristo, che aspettano la manifestazione della sua gloria, che attendono la trasformazione di ogni cosa nel Regno di Cristo.”

 

La relazione presentata da Marco Vergottini si conclude ricordando quanto affermato da papa Francesco nella Evangelii Gaudium al punto 130 e ribadendo che “ Questi tre tratti – l’appartenenza a Cristo, la titolarità di tutti i battezzati a essere riconosciuti senza discriminazioni come uomini e donne di Chiesa, la logica sinodale che deve improntare il vissuto della comunità dei credenti nel riconoscimento della dignità inviolabile di ciascuno – costituiscono altrettante acquisizioni a cui non è dato rinunciare nel quadro di una communio che è originata dalla grazia dello Spirito Santo. Una communio che non livella tutte le possibili diverse vocazioni e ministerialità ecclesiali, bensì assicura a tutti la sua presenza nella pluralità dei doni personali per l’edificazione della Chiesa in un’ottica di condivisione sinodale della logica e delle dinamiche dell’unica missione.”

 

Tutto il discorso svolto dal Relatore è conseguentemente sotteso a mettere in evidenza come il termine “laico” appartenga ormai a una categoria desueta e che non bisogna avere timore nel prendere congedo da questa definizione. Ne vale la pena, anzi, perché il termine è ambiguo ed equivoco. In campo ecclesiastico il termine implica piuttosto una condizione di passività e di sottomissione. Molto più appropriata appare l’uso della definizione “Testimone Cristiano” che implica anche la dimensione del martirio.

La Chiesa è nel Mondo e non c’è bisogno del laico che faccia da ponte tra la Chiesa stessa e il Mondo.

Occorre tuttavia fare attenzione, nell’abbandonare il concetto di laico, a non perdere la ricchezza dei singoli carismi.

Esiste un rapporto stretto tra Ministero e Carisma. Il primo rappresenta una funzione riconosciuta dall’Autorità della Chiesa ed è svolto per il bene di tutti. Il Carisma invece è un dono dello Spirito che non necessariamente deve essere riconosciuto dalla suddetta Autorità.

Se è vero che i Ministeri sono necessari è vero altresì che i Carismi lo sono ancor di più.

In questa congiuntura ecclesiale è necessario pensare e immaginare la Chiesa con uno sguardo al futuro per esprimere una Chiesa che vada oltre quella descritta negli Atti degli Apostoli.

Vi sono ancora troppi cristiani lasciati nell’anonimato e ciò è sbagliato. Ne vanno invece riconosciuti i carismi perché possano essere messi in condizione di offrire un servizio reale alla Comunità di appartenenza e alla Chiesa tutta.

 

Ore 11: Lavoro di gruppo e plenario

 

Tre elementi che ci aiutano nel cammino.

 

Condivisione gruppo 1

 

 

– Sfida di superare questo clericalismo: i preti che decidono da una parte e i laici manovalanza dall’altra. Cosa vuol dire questo nella realtà di ciascuno e quali piste possono esserci.

– Congedarci dal termine LAICO: un po’ di difficoltà di staccarci dalla figura bella del laico e vivere non in un sistema di gerarchia ma in una complementarietà di figure, di ruoli, di identità.

– TESTIMONIARE con la vita senza avere la pretesa di insegnare. Nell’esperienza parrocchiale tante volte c’è più l’istinto di insegnare che a essere testimoni. Un esempio pratico una semplice distribuzione di viveri, non ci si chiede dall’altra parte che cosa fanno con questi viveri se provengono da una cultura diversa, da una tradizione diversa. Quindi avere la pretesa di dire va bene il mio modello, mentre invece devo fare passi per domandarsi e integrarsi su cosa vuol dire.

– CARISMA come dono vissuto, come un modo ministeriale di viverlo prendendo consapevolezza della dignità di cristiano, l’essenza dell’umanità in questo, prima ancora di essere cristiani siamo esseri umani, quindi vivere una spiritualità non dentro ai dogmi, o perché si è sempre fatto così, ma attingendo proprio dall’umanità, Gesù come essere umano, la capacità di mescolarsi e una missionarietà vissuta in quest’ottica, un’umanità che si mescola e da questo nasce la spiritualità.

– Bisogno di FORMAZIONE soprattutto dei giovani, una sfida per il futuro. Ci siamo chiesti quanto la Chiesa si stia spendendo in questo, quante energie e forze si spendano per la formazione con l’attenzione ai giovani. Molte volte siamo abituati nel nostro modo e mondo, allora ci viene da dire i giovani non rispondono, non ci sono, ma bisogna trovare nuove strategie di ascolto e di spazio. Una formazione fatta insieme laici e religiosi e una vita insieme quanto arricchimento porterebbe.

 

Condivisione gruppo 2

  1. Si denota una carenza di partecipazione e di corresponsabilità nella Chiesa nel mentre si rileva una importante formazione nei laici che però non trova riscontro da parte di alcuni pastori.

Domanda: con questa realtà, quali iniziative pastorali si possono prendere per recuperare le “pecorelle” che sono fuori? Occorrono proposte urgenti ed efficaci, stimato che la partecipazione attiva dei cristiani è ormai assestata intorno al 10% della popolazione. Ciò è altresì necessario per rispondere alla volontà di papa Francesco che vuole fortemente una Chiesa in uscita.

  1. I laici formati alle Scuole di formazione all’impegno socio-politico delle Diocesi sono preparati a una testimonianza cristiana di partecipazione alla vita pubblica e sono disponibili a offrire il loro contributo. Pur tuttavia non sempre trovano accoglienza né risposte nei luoghi e nelle realtà ecclesiali.

Domanda a carattere generale: che tipo di accoglienza si riscontra nelle Comunità di fede tra laici e anche tra i vari gruppi?

Ciascuno dia il suo contributo con umiltà e autoironia senza prendersi troppo sul serio, ma prendendo sul serio Cristo.

  1. La vita spirituale è fare esperienza del Risorto e quindi non può che avere un’impronta missionaria. San Giovanni apostolo diceva: “Quello che abbiamo visto, quello che abbiamo udito, quello che abbiamo toccato, noi lo comunichiamo a voi”.

Molto toccante e significativa è l’esperienza che Valeria ha voluto condividere con noi a riguardo di un giovane immigrato che lei ha conosciuto per caso. Avvicinato con spirito di fraternità cristiana questo fratello ha potuto cambiare radicalmente in positivo la sua vita.

Condivisione gruppo 3

Nel cantiere della Chiesa desideriamo essere propositori di processi nuovi che siano di evoluzione e che siano del nostro essere e significativa presenza. Nella cassetta degli attrezzi tra gli strumenti che ci aiutano a segnare i cammino non possono per noi mancare:

  • La FORMAZIONE per vivere la collaborazione al servizio della comunità e nella ministerialità, elemento sul quale si necessità un dibattito di crescita e di evoluzione.
  • CARISMA è una dotazione speciale perché è il dono di una spiritualità, di una storia e di una ricchezza missionaria la cui consapevolezza determina una marcia in più. Questo stesso carisma oggi necessita di entrare in contatto con gli altri carismi con esperienze di incontro e di confronto per far sì che la ricchezza comune dei singoli possa diventare bagaglio di tutti.
  • Spazio per la creatività e l’accoglienza della novità, perché bisogna assecondare la creatività dello Spirito che agisce. Prendiamo consapevolezza di questo e soprattutto cerchiamo di abolire il “si è sempre fatto così”. Dobbiamo avere quindi il coraggio di scrutare oltre gli schemi del prestabilito nell’intento di essere oggi, segno di una presenza significativa.

 

Condivisione gruppo 4

Siamo partiti da uno sguardo alla società in cui viviamo, società che vive molto sull’individualismo, molto sull’io, dove pur riconoscendo i carismi, anche una società che si è svuotata e a volte ha paura di incontrare le ricchezze che arrivano dagli ultimi. A volte usare delle definizioni come laici o consacrati, diventa una questione di comodo perché è meglio tenere le differenze, anche a volte per potersi distinguere e potersi appropriare di un’iniziativa come “mia”.

Quindi noi che intuiamo che vogliamo staccarci da questa situazione di una società dove prevale l’individualismo, cosa possiamo fare? Affidarsi, con la consapevolezza che a volte quando guardiamo la realtà di collaborazione tra laici e consacrati siamo anche noi i primi a rinunciare alle proposte per la nostra condizione di laici.

La testimonianza, essere testimoni di Cristo sempre e ovunque in ogni momento, in famiglia, nel lavoro… anche quando pensiamo di non avere speranze, anche quando pensiamo di avere fallito o che ci sia un fallimento, mai smettere di seminare l’Amore che abbiamo ricevuto, perché poi i frutti non saremo magari noi a raccoglierli.

 

Ore 13 Pranzo

 

Ore 15:00 Due esperienze Missionarie di partenza “Ad Gentes”.

 

Fulvio ed Elisa equipe CMD di Roma

Noi siamo Fulvio e Elisa, sposati da 22 anni, abbiamo 4 figli (22, 18, 15 e 10 anni), siamo di Roma (zona Laurentina) e frequentiamo la parrocchia vicino casa.

Elisa: Siamo qui perché abbiamo fatto un’esperienza missionaria come Laici Fidei Donum della Diocesi di Roma. Siamo partiti nel 2006 e poi rientrati nel 2010. La Diocesi di Roma ha fatto una Convenzione con la Diocesi di Maputo, nel Mozambico, e ci ha accolti per 4 anni. Siamo partiti come Fidei Donum formati dal Centro missionario CFM di Piombino. Lì c’erano padre Carlo (Saveriano) e Emma, una laica missionaria che aveva fatto un’esperienza missionaria anni addietro e un gruppo, una fraternità di sacerdoti, due laiche e una famiglia. Al momento del rientro in Italia quella famiglia ha avuto tantissimi problemi di riferimento per trovare la casa, la scuola, il lavoro. Anche in relazione a questi problemi a Piombino è stato creato questo Centro. Dal 1988 e fino a due o tre anni fa sono state formate una decina di coppie e quattro o cinque sacerdoti per partire però come fraternità missionaria, non come singoli o come famiglie. Tutte le esperienze sono state caratterizzate dall’avere almeno un sacerdote e una famiglia e nel nostro caso più fortunato da due sacerdoti e due famiglie.

La nostra formazione è consistita in un fine settimana al mese a Piombino e durante l’estate si cercava di fare una settimana di convivenza tra tutte le coppie in formazione per cominciare a vivere un’esperienza di fraternità. Anche in questo caso tanti sono passati per Piombino ma pochi sono partiti.

La fraternità di Piombino ha avuto nella sua storia missioni in Mozambico, Ciad e Tunisia. Queste tre esperienze hanno visto varie famiglie e sacerdoti che si sono avvicendati.

Noi siamo partiti nel 2006, abbiamo fatto due anni di formazione e poi abbiamo dato la nostra disponibilità. Anzi prima però c’è stata l’occasione di andare in Mozambico per un mese durante le vacanze di Natale. È stata una bella esperienza perché ci ha aiutato molto, noi avevamo allora tre figli piccoli (7, 4 e 1 anno) e ci è servito per proiettarci in questa situazione anche in relazione ai bambini.

Siamo rientrati, abbiamo continuato la formazione e dopo qualche mese abbiamo dato la nostra disponibilità alla partenza. Valutando le presenze in quel momento nelle varie missioni si è deciso poi di andare in Mozambico.

Prima di partire, su sollecitazione del nostro figlio più grande Matteo, che temeva di non poter fare amicizie con suoi coetanei in un Paese di lingua diversa, abbiamo deciso di prendere l’aspettativa dal lavoro e di trascorrere nove mesi, un anno scolastico, a Lisbona in Portogallo per imparare il Portoghese e capire anche cosa vuol dire stare lontani da casa.

A Lisbona siamo stati fortunati perché abbiamo vissuto in un quartiere popolare multietnico con la presenza di molte persone rientrate dalle Colonie che ci ha aiutato a capire anche la storia del Mozambico dal punto di vista dei colonizzatori e ciò ci è stato molto utile quando siamo arrivati in missione.

In Mozambico abbiamo svolto attività pastorale, la nostra parrocchia era della Diocesi di Maputo ma stava a 70 Km di distanza dalla Capitale, in campagna. La missione era costituita da 15 unità molto piccole sparse su un territorio molto vasto, circa 900 Km quadrati.

Al nostro arrivo c’era un sacerdote della Diocesi di Orbetello che stava lì già da vari anni e una famiglia presente sul posto da circa 6 anni e che era in procinto di rientrare. Però abbiamo avuto la fortuna di sovrapporci per qualche mese. Ci siamo inseriti e poi abbiamo seguito quello che già facevano loro, soprattutto formazione perché ovviamente essendo una parrocchia così estesa con tante comunità il sacerdote non riusciva a seguire tutte le Cappelle. Quindi c’era una Chiesa molto ministeriale in Mozambico in cui le comunità sono praticamente autonome; esclusi i matrimoni e i battesimi, fanno quasi tutto i laici. Anche i funerali, la catechesi, la carità, tutto è in mano ai laici. Quindi c’era il bisogno, soprattutto nella storia di guerra civile nel Mozambico e di abbandono delle comunità cristiane, di un grande lavoro di formazione. L’attività principale era quella di preparare settimane o fine settimane di formazione per i vari ministeri, ministri dell’Eucarestia, ministri della Parola. In assenza del sacerdote ci sono persone per fare l’omelia e per la pastorale della carità, di economia, dei giovani… quindi ci siamo inseriti in un cammino già tracciato.

Fulvio: la più bella soddisfazione di questo è stato che dopo un paio d’anni, quando poi don Gianluca è ritornato in Italia, il Vescovo ci ha incaricato di fare questa formazione per tutto il nord. Questo è stato veramente un bel segno. Eravamo sei parrocchie della Diocesi di Maputo lato nord, si sono potute riunire a casa nostra per fare settimane di formazione estive e incontri di formazione nei fine settimana. Questo perché abbiamo fatto tutti un grossissimo lavoro a livello di missionari, quindi abbiamo creato una rete con i missionari della “Sagrada Familia” e poi sono arrivati, alla fine del nostro ultimo anno, anche i missionari di Villaregia con padre Serio. Quindi abbiamo fatto un po’ rete tra tutti i missionari e si cercava cooperazione, chi può dare questo modulo di formazione, chi può dare quell’altro… Noi avevamo i resti di una struttura coloniale abbastanza importante, la nostra era di tradizione portoghese e quindi abbastanza strutturata; case abbandonate con la guerra ma con un po’ di auto-recupero, ci siamo messi al lavoro e abbiamo rifatto una cucina, delle sale per dormire, il bagno.

La cosa che secondo me è più bella è lo specifico che abbiamo potuto vivere di Missione, Missionari della Parola. Missionari in senso pieno della Parola, non cooperanti ma Missionari.

Quando è andato via don Gianluca noi siamo rimasti gli amministratori della Parrocchia, di fatto, e venivano solo il sabato e la domenica da Maputo dei sacerdoti Redentoristi a dir Messa accompagnati da noi nelle Cappelle. Quindi questa è stata un’esperienza io credo unica da poter raccontare, intanto di riconoscimento da parte del Vescovo di una responsabilità. Tanto che poi quando è arrivata una seconda famiglia che è venuta a dare una mano, il Vescovo ha detto: “Io vi chiedo questo, voi siete due famiglie, conosco come lavorate, per favore una parrocchia è scoperta, l’ultima della Diocesi e non ho nessuno da mandarci. Dividetevi due per famiglia, una famiglia rimane qua e l’altra va di là. Fatemi per favore lo stesso lavoro di rianimazione delle Comunità.

Quindi una ricchezza secondo me in questo scambio la Chiesa è stata indescrivibile come gioia e come pienezza. Per cui quando il Papa parla di discepoli missionari so esattamente a cosa si riferisce e di cosa sta parlando. Non è che sta parlando di un’idea platonica, ma di quello che abbiamo vissuto.

Elisa: Un’altra cosa importante, un’esperienza bellissima, è stato il fatto che, andato via il sacerdote italiano, il Vescovo è riuscito a mandarci un sacerdote mozambicano ed è stato molto bello fare vita missionaria cioè di scambio di cultura. Siamo riusciti veramente a creare un’equipe missionaria, noi due famiglie e lui che era un parroco che entrava nelle parrocchie, quindi facevamo tutto insieme. È stata un’esperienza molto bella dal punto di vista umano ed ecclesiale, un bel segno.

Fulvio: La cosa bella che c’è stata una marcia in più anche per padre Francisco che parlava la lingua locale ed era mozambicano, perché lui era il signor padre. C’è sempre una certa distanza di referenza. Al signor padre certe cose non le racconto, tu sei una famiglia, ti conosco, stiamo insieme, i nostri figli vanno a scuola insieme, ti posso dire che mio marito mi ha tradito, ti posso dire che mio marito ha questo problema, che mio figlio sta male, in questo noi abbiamo vissuto una complementazione.

La nostra casa, non aveva nessun recinto. Casa nostra era una casa come tutte le altre, un lotto aperto con la siepe sulla strada pedonale. Quindi dalle sei del mattino fino a che qualcuno stava male o “si ricordava di morire” o partorire, casa nostra era sempre aperta senza sbarre, senza guardia, cioè senza tutte quelle cose che a volte noi bianchi ci portiamo appresso e fanno distanza.

Vogliamo finire con tre verbi che secondo noi sono caratterizzanti della nostra esperienza: uscire, entrare e rinascere. Questi sono un po’ i tre verbi che abbiamo vissuto in ogni fase della nostra esperienza missionaria e anche oggi per poter essere qua siamo dovuti uscire per entrare qua nella vostra sede.

L’esperienza del Portogallo per noi è stata proprio questa camera di decompressione come l’abbiamo chiamata perché abituati a ritmi frenetici di duro lavoro, svegliarsi una mattina dopo l’altra e non suona il telefono, nessuno ti cerca. Noi siamo molto schiacciati sul “sono ciò che faccio”. Quindi quando ti presentano, ciao sono Fulvio sono ingegnere e abbiamo già detto tutto. Invece quando sei là, ciao sono Fulvio… e basta. È stata proprio una decompressione necessaria, veramente una grande intuizione questa di fare i nove mesi a Lisbona.

Quindi uscire da se stessi, dalle proprie abitudini, è una cosa che, guardando anche altre esperienze vicine ma anche di missionari, una Congregazione, ordinati, non darsi il tempo per uscire ha bisogno di un tempo per uscire. Non è che apro la porta e sono già fuori, ha bisogno di darsi questo tempo che per noi è fondamentale.

Entrare richiede lo stesso tempo, è la stessa attenzione. Per entrare si entra in punta di piedi, si entra in un’altra cultura, si entra in altre dinamiche e anche in altre gestualità. Mi ricordo all’inizio quando facevamo i corsi la gente ci guardava e diceva: “Ma che lingua parlate? Non abbiamo capito niente!”

Chiaramente noi venivamo da Lisbona, diploma universitario, tu parli in Portoghese accademico. Loro là: “Si capisco che stai parlando la mia stessa lingua ma…”

Come diceva un nostro catechista “sono andato al mare ma non mi sono bagnato”. Quindi abbiamo fatto questa “decrescita”, piano piano scendi, abbandona quello che non serve, certe forme anche letterarie e cerca di capire che cosa è importante. Abbiamo fatto un anno intero, il primo anno di ricerca sui temi generativi. Che cosa alla gente veramente è sacro. Un metodo molto bello, veramente ricordo quest’anno bellissimo del sedersi al pozzo e ascoltare che cosa la gente veramente si aspetta “ma di che cosa parla, che cosa è che dice?” E poi incarnare quello che tu vuoi dire in questa roba, cioè veicolare la Salvezza dentro questa roba qua. Il che non è per niente facile.

Rinascere è questo svegliarsi una mattina come per esempio Francesco, aveva cinque anni, ha pianto la prima settimana che andava a scuola “no io non capisco, perché mi avete portato qui, non capisco niente…” . Dopo quindici giorni: “Mamma ho risolto, ho insegnato a tutti a parlare Italiano.” In realtà era lui che aveva cominciato a parlare in Portoghese ma nella sua impostazione aveva insegnato a tutta la classe, compresa la maestra, a parlare in Italiano. Quindi questo rinascere è che tu ti svegli una mattina e ti trovi che stai “nel tuo posto”. Non ti spaventa aver dormito sotto la zanzariera, non ti spaventa che ci sono già dieci persone fuori che esci per chiederti qualcosa, non ti spaventa gestire il fatto che hai un’unica macchina nel raggio di dieci chilometri, non ti spaventa… perché queste sono cose che pesano. Essere l’unica casa con la corrente, essere l’unica casa con l’acqua corrente…

Domanda: il rientro in Italia invece come è stato?

Risposta: uguale: uscire, entrare e rinascere.

Domanda: Ci sono state difficoltà a riadattarvi, a inserirvi di nuovo?

Risposta: Ci siamo dovuti licenziare prima di partire, quindi, aperta la parentesi… che poi possiamo parlare della Convenzione… noi ci troviamo con un buco previdenziale di cinque anni… a parte ciò abbiamo fatto tanta, tanta difficoltà a entrare perché noi eravamo molto cambiati. L’esperienza ti cambia completamente la scala valoriale. Anche un piccolo aneddoto per capire. Eravamo al laghetto dell’EUR nei primi giorni e chiaramente Francesco, la prima cosa che fa, si leva le scarpe e corre sul prato con la sua fionda al collo, tipico del mozambicano. Corre e ad un certo punto nel lago vede un papero e con la sua fionda corre e una signora grida: “no è terribile!” e Francesco: “ no… è buono!”

Al parco i miei figli tutti sugli alberi: “Dica a suo figlio di scendere se no mio figlio lo vuole imitare”, “Ognuno si guardi i suoi figli.”

Invece la domenica a messa c’è chi dice guarda che sei rientrato, devi sempre fare il pagliaccio? E non stiamo in Africa. Poi dal punto di vista ecclesiale… una tomba.

Tra il Vescovo, fino a che l’abbiamo incontrato, prima con Matteo Zuppi, poi con Paolo Lo Iudice e adesso vediamo con don Giampiero come va, effettivamente c’è una distanza abissale già col parroco. Cioè i nostri parroci sono più lontani da noi di quanto non fosse di là il nostro Vescovo, che passava a prendersi un caffè, ogni volta che era in zona. Qui il parroco può capitare che l’incontri e non ti saluta. È una cosa tosta. Pensare che abbiamo gestito una parrocchia e questa cosa non interessa alla Chiesa di Roma, non interessa mettere a sistema, a servizio questa esperienza pastorale.

 

Associazione Laici-PIME (ALP) – Simonetta

 

Vengo da Bergamo e frequento l’ALP che ha sede a Milano. Noi abbiamo un ufficio proprio nella sede del PIME di Milano ma gli incontri li facciamo in un’altra casa del PIME a Busto Arsizio.

L’ALP è un’associazione di laici, sia singoli che famiglie, che desiderano dedicare qualche anno della loro vita a un servizio in missione. Quindi ci prepariamo proprio a partire per la missione cercando di condividere il carisma del PIME.

L’ALP nasce negli anni ’90 da un’Assemblea generale dell’Istituto PIME in cui si è riflettuto sia su un desiderio che su un bisogno. Il desiderio era soprattutto da parte di laici, coppie e singoli, che volevano partire per fare un’esperienza di missione ma non con opere di volontariato o di ONG ma proprio condividendo il Carisma del PIME con cui erano venuti in contatto. Poi c’era questa necessità anche da parte di alcuni padri missionari che erano in missione, dove c’erano dei bisogni anche concreti di poter attivare dei progetti di sviluppo. Quindi questa cosa si è un po’ incrociata, all’inizio in modo molto amichevole, ma poi si è cercato di concretizzarla e di renderla più specifica e di delinearla con della formazione.

Come Associazione la nostra finalità è proprio la missione con il carisma del PIME ad gentes, verso i non cristiani come per il PIME, ad extra e quindi fuori dall’Italia in terra di missione e “insieme”. Un aspetto importante è quello della condivisione, di andare e di non vivere da soli ma di condividere nelle comunità PIME in missione. Quello che non condividiamo di quello che fa parte del Carisma del PIME è che per i missionari l’impegno è ad vitam mentre per noi è a tempo in quanto laici.

I laici ALP prestano un servizio qualificato nelle terre di missione (Asia, Africa, America latina e Oceania) per alcuni anni e si occupano soprattutto di progetti di promozione umana in campo sociale, educativo, tecnico, sanitario e agricolo, e collaborano nelle attività parrocchiali in ambito pastorale. (Vedi il sito “Centro Missionario PIME nel Mondo)

 

Sono quasi 30 anni che c’è l’ALP e sono partiti circa 80 persone, tra coppie, famiglie e singoli in vari Paesi come Camerun, Costa d’Avorio, Guinea Bissau, Bangladesh, Thailandia, Cambogia, Algeria e Brasile.

I nostri valori di riferimento sono quello che è parte del nostro essere cristiani, quindi la testimonianza evangelica perché comunque alla base tutto quello che ci spinge a partire è il voler testimoniare la nostra fede e la comunione con la Chiesa, perché partiamo con il PIME ma legati comunque alle nostre Diocesi, nel senso che noi siamo comunque volontari che partono e che sono legati principalmente a delle parrocchie e quindi a delle Diocesi. Anche solo il fatto di partire con la “Convenzione CEI” non è solo una questione economica e burocratica ma ci impegniamo a rimanere legati anche alla Diocesi che ci invia. Siamo inviati da una Chiesa per andare a inserirci in un’altra Chiesa. E poi c’è la promozione umana perché in quanto laici con le nostre professionalità cerchiamo di inserirci in contesti di promozione umana e di sviluppo per quello che ci è possibile.

Logicamente partire è andare in una cultura diversa, per noi è importantissimo il dialogo e lo scambio con una cultura differente. Un altro valore di riferimento è la valorizzazione delle capacità personali e di mettere a disposizione tutto quello possiamo e quelle che sono anche le capacità delle persone in missione.

Un’altra cosa molto importante per me è la collaborazione quando siamo in missione con il personale missionario, con il missionario che ci accoglie, con l’attività missionaria PIME e non solo. Io sono stata in Camerun per alcuni anni e là ho conosciuto le suore Saveriane. È logico che poi entri in una famiglia missionaria che, oltre a essere la famiglia PIME è un po’ tutto, entri in una Comunità cristiana, entri in una Diocesi, una Chiesa, una famiglia missionaria.

Partire con l’ALP cosa vuol dire? Vuol dire che si parte per dei progetti che vanno dai 3 a 5 anni; 5 anni soprattutto in ambito dell’Asia perché c’è anche il discorso della lingua. Se vai in Camerun o in altri Paesi africani forse te la puoi cavare ancora con una lingua francofona piuttosto che con l’inglese o il portoghese, ma quando vai in Thailandia o in Cambogia devi imparare per forza la lingua, quindi si chiede del tempo perché i primi anni servono proprio ad imparare la lingua.

Si parte per rimanere e per inserirsi in contesti e progetti che vengono richiesti dai missionari del PIME che sono là e si cerca di far combaciare la richiesta e il bisogno che viene richiesto dal missionario con le capacità e le professionalità di chi è in missione.

La formazione è un momento molto importante che cerchiamo di seguire bene, dura due anni e chiediamo alle persone che si avvicinano di formarsi per due anni. Ci si incontra da ottobre a maggio, un fine settimana al mese. I due anni servono per riflettere sul perché partire e perché partire col PIME, quindi è un momento di formazione ma anche di discernimento. È una formazione alla missione ma anche discernimento e di approfondimento della fede. Ci sono incontri più specifici sui temi missionari ma anche incontri di preghiera, incontri anche personali di motivazione.

Una volta finiti i due anni c’è chi decide di mettersi a disposizione per partire ma non tutti quelli che partecipano poi partono perché voi sapete benissimo che per noi laici il partire vuol dire lasciare il lavoro; pochissimi riescono ad avere l’aspettativa e di solito è massimo un anno e quindi questo forse è uno degli ostacoli più grossi. Poi comunque c’è una famiglia con dei figli e non è facile. Per chi arriva poi a decidere di partire, il passo successivo è di chiedere di andare per un mese, che chiamiamo il mese di conoscenza, prima di quella decisione definitiva.

Quindi in base alla richiesta che ci arriva dalle missioni e in base a chi è disponibile a partire si cerca di trovare il luogo insieme; e la persona, o le persone partono e vanno a fare questo mese di conoscenza. Se tutto va bene a quel punto inizia la preparazione specifica che vuol dire noi partecipiamo al corso CUM di 5 settimane nel periodo di ottobre con la preparazione specifica per la terra di missione (America Latina, Africa e Asia) a cui si è destinati. Ciò ci aiuta ad entrare un po’ di più nella conoscenza del Paese dove si va. Poi eventualmente anche una preparazione più specifica, se c’è bisogno, rispetto al progetto. Ad esempio un nostro volontario ALP, che è partito l’anno scorso, lui è geologo e prima di partire ha fatto un corso all’Università di Milano per la ricerca dell’acqua. Se c’è bisogno cerchiamo di fare anche questo servizio.

Poi si parte e quando si è in missione si cerca di vivere questi valori dell’andare con umiltà in un Paese diverso e in una Chiesa che ti accoglie e in una Comunità principalmente del PIME. Quasi tutti i missionari ALP che sono partiti hanno sempre vissuto con i missionari PIME. Anche per le famiglie, magari alloggiate in una casa, però sempre in collaborazione con i padri del PIME.

Logicamente non sempre tutto va bene, ci sono tanti problemi e si cerca di affrontarli man mano, anche noi qui dall’Italia cerchiamo di aiutare e, nel limite del possibile, di andare a trovare i nostri volontari in terra di missione.

Premessa, l’ALP in questi ultimi anni è coordinata da un’equipe, un direttivo costituito da un padre del PIME e quattro laici, persone che come me sono partiti e sono rientrati in Italia e hanno dato la disponibilità ad aiutare gli altri a formarsi, siamo tutti volontari. Quindi quando andiamo a trovare le persone in missione ci andiamo nel periodo di ferie dal lavoro. Cerchiamo sempre di rimanere vicini.

Un’ultima cosa da dire è che noi laici partiamo e poi ritorniamo. Partiamo mandati da una Chiesa, entriamo in una Chiesa, siamo accolti da una Chiesa e poi ritorniamo nella nostra Chiesa. Il ritorno non è facile, ci sono varie situazioni. Però si cerca quando si torna di riportare quello che abbiamo potuto vivere in missione e questo per noi è un aspetto, è una riflessione che stiamo facendo anche noi su questo punto perché ci accorgiamo di dare molta energia alla formazione e per aiutare chi è in missione e certe volte vorremmo dare tanta energia per chi rientra. Questo è un aspetto, non dico più difficile, ma certamente molto problematico.

 

Vengono proiettate delle slides che mostrano i volontari attualmente in missione e le varie tipologie di progetti in corso.

 

Ore 16: Brainstorming in piccoli gruppi. “Alcuni elementi che ci aiutano a vivere la partenza e il ritorno”.

 

Condivisione gruppo 1

Delle testimonianze hanno colpito molto la freschezza e l’entusiasmo di quelli che parlavano e il fatto di essere riusciti ad affrontare e a superare difficoltà che via via si incontravano. Discutendo si è anche raccontato un po’ di quali erano le difficoltà che ci dicevano Fulvio e sua moglie Elisa, che si trovavano molto in sintonia con l’altra famiglia a livello della pastorale, della missione e dell’attività, lavoravano molto bene insieme e poi le difficoltà maggiori erano quelle della quotidianità. Per cui la finestra aperta perché hai messo fuori il bucato a quest’ora o perché hai cucinato… per cui veniva fuori come tutti quanti siamo umani, come a volte la difficoltà a vivere insieme e portare avanti un progetto viene da fatti più inaspettati. Si immagina di condividere ideali, progetti, sogni e lavoro e poi dopo ci si scontra sulle piccolezze.

Da un’altra esperienza si diceva anche la fatica di vivere e lavorare insieme tra persone di culture diverse, stili di vita e tempi diversi, modi di intendere il lavoro diversi e quindi emergeva anche qui l’importanza di una formazione fatta insieme laici e religiosi ed una formazione anche umana, che si occupi anche della propria crescita, propria maturità umana in modo che nel momento in cui ci si trova a lavorare e confrontarsi con gli altri possa essere feconda e non conflittuale.

 

Condivisione gruppo 2

Una sorella racconta che la sua attività missionaria ha avuto un inizio del tutto casuale, in seguito a problemi familiari.

Durante una permanenza in Algeria è entrata in una Chiesa cristiana e ha notato l’effige di Charles de Foucauld da cui è rimasta tanto affascinata da trovare in lui la forza e l’ispirazione per il suo cammino missionario.

Sempre in Algeria, in una situazione di grave debolezza fisica e in un momento particolarmente “buio” della sua vita, ha avuto poi una visione mistica riconosciuta tale anche a seguito di colloquio riservato con il Vescovo.

Un’altra componente del gruppo ha raccontato che all’inizio della sua attività di impegno laicale era stata attratta dalle gesta di Madre Teresa di Calcutta e desiderava agire seguendo la sua testimonianza, in povertà e a favore degli ultimi.

Il destino ha voluto però che dovesse prendersi cura di persone facoltose: il suo lavoro, infatti, si svolgeva in una realtà professionale attinente al settore industriale ed economico. Tuttavia lei, pur in tale contesto, è sempre riuscita a dare al suo incarico un taglio missionario.

Riflettendo poi insieme sulle vicissitudini di Fulvio ed Elisa si è compreso che una coppia, o una persona, che parte per la missione risponde a una chiamata restando in sintonia con la Comunità cristiana di origine, la quale svolge un ruolo importante di sostegno materiale e spirituale. Coloro che partono, quindi, agiscono in forza di una fede propria e sono confortati dalla preghiera di chi li segue in Patria.

Può capitare però che al loro rientro nella realtà che avevano lasciato, oltre a dover ritrovare un’occupazione lavorativa – il che non è facile – provino un senso di frustrazione perché, pur avendo conseguito una preziosa esperienza certamente arricchente per la Comunità di origine, si sentono isolati e non compresi. Tutto ciò determina lo svilimento di una testimonianza missionaria di grande valore e uno spreco di risorse.

Ciò nonostante la loro esperienza è, e lo sarà per sempre, un arricchimento personale per lo scambio proficuo, la comprensione, l’accoglienza e l’aiuto dato a chi ne aveva più bisogno in terra di missione. Tutto questo rappresenta un grosso bagaglio culturale e spirituale che, se condiviso, potrebbe arricchire la Chiesa locale qui da noi.

Dall’esperienza condivisa di un altro componente del gruppo si è compreso che la chiamata alla fede e, nello specifico alla missione, può avvenire in modi diversi e in tempi imprevedibili a volte anche a seguito dell’incontro con la “persona giusta” che ti fa compiere un cambio di mentalità utile ad una conversione di vita. Lo Spirito, infatti, soffia da dove non te lo aspetti e basta solo accoglierlo docilmente in tutta umiltà affidandosi a Dio.

 

Condivisione gruppo 3

Per vivere una partenza missionaria è importante la formazione preparatoria di durata annuale, che ci aiuti a destrutturare il bagaglio rendendolo essenziale, cioè privo di quelle grandi aspettative che nell’immaginario del pre-partenza vanno già a connotare l’immagine della missione, poiché non sempre essa troverà un riscontro, si potrebbero generare delle delusioni per cui vogliamo da queste mantenerci lontani e sicuramente tale bagaglio dovrà essere più carico di spirito contemplativo e meno proiettato all’attivismo.

Altri elementi fondamentali per la partenza missionaria aver redatto un progetto per quanto semplice e piccolo, che prevede la collaborazione con il laicato locale per garantire poi la continuità ed è importante nella fase della partenza il sapersi accolti, sapere che in terra di missione troveremo una rete di accompagnamento e di supporto, sapendo anche che la caratteristica di chi parte è quella di essere disponibili alla vita di comunità.

Come vivere il ritorno? Sicuramente il dialogo con la Chiesa, nel momento in cui la Chiesa ci manda, con la Chiesa definiamo il progetto di andata, dobbiamo prevedere con essa il progetto del ritorno. Sarà importante anche lavorare un percorso di rielaborazione del rientro stesso, per fare riecheggiare la ricchezza ricevuta nell’esperienza missionaria e sviluppare così uno spirito di appartenenza. Una caratteristica di colui che parte per la missione deve essere sicuramente l’autoironia.

 

Condivisione gruppo 4

Nel nostro gruppo nessuno ha fatto esperienza di partenza per lungo tempo. Abbiamo provato ad individuare alcuni punti:

Il desiderio di conoscere altri modi di vivere la Chiesa per poi al ritorno trasmetterlo alla comunità locale.

La preparazione costante per imparare ad essere testimoni cristiani.

E’ importante avere un progetto per la partenza per poterci inserire, ma altrettanto importante avere un progetto per il ritorno.

 

Ore 18:30 Eucarestia.

Con gesti e segni celebriamo la nostra vita, fede, missione.

E’ la festa della Ss. Trinità. Segno e immagine della comunità e della missione. Vivere bene e con intensità le relazioni (Paternità-maternità; essere e sentirsi figli-e; fraternità fratelli e sorelle) e questo crea una vita bella e buona per tutti-e a livello sociale ed ecclesiale.

 

Dopo cena:

un momento di festa e fraternità. E poi la testimonianza della lunga esperienza missionaria a Macao (China) del comboniano p. Aguilar Vitor.

 

DOMENICA mattina

 

Dopo la colazione ci ritroviamo in cappella per la preghiera “ Partire è…”.

 

Ore 9:00 Condivisione di due esperienze di missione qui e adesso: ”Quali forme e modalità per una presenza e azione missionaria?”

 

 

Antonio e Dorotea “La Zattera” di Palermo

 

L’esperienza “La Zattera” ha radici profonde nella missionarietà comboniana.

Ci troviamo in questo cammino e ci interroghiamo su quale presenza missionaria vogliamo testimoniare oggi per l’Europa. Per raccontare la storia di tantissimi anni, è stato importante uno sforzo di sintesi, dovendo individuare quelle che sono le tracce direzionali più importanti che rappresentano un lunghissimo percorso di fede e di impegno. Sono 10 anni che opera La Zattera ma già nei 15 anni precedenti se ne può trovare lo spirito nei percorsi comboniani. Siamo nati infatti dentro il carisma di S. Daniele Comboni.

Da giovani volevamo partire in missione ad extra ma poi la nostra vita lavorativa, cresciuta in particolari contesti sociali della città, ci ha fatto scoprire la necessità di una presenza missionaria dentro una realtà come quella di Palermo, caratterizzata da molte aree sociali marginali in cui sono stata peraltro inserita per il mio lavoro da tanti anni (Dorotea). Di conseguenza la vocazione missionaria, perché di questo stiamo parlando, si è mescolata con la vocazione professionale della vita. Il risultato è che tutta la nostra storia, cresciuta dentro questo carisma, è stata animata dalla spiritualità del Buon Pastore. Il che ha rappresentato attenzione, cura e custodia della realtà, accompagnata dall’urgenza storica che abbiamo sempre avvertito e che ha caratterizzato un po’ la nostra ricerca.

Possiamo dire, a giusta ragione, che noi siamo in uno stato permanente di riflessione e di ricerca. Le pietre miliari della nostra vocazione sono state in primis quel desiderio di allargare sempre più gli orizzonti della nostra famiglia così come è stato un po’ nel nostro matrimonio. Ovviamente, come in tutte le scelte significative, questa storia è stata intercalata da vari passaggi, quali partenze geografiche e movimenti fisici per periodi limitati, che però hanno trovato anche il loro tempo per la rivisitazione nell’incontro con altre culture dentro la nostra storia familiare e poi in quella comunitaria.

Questo appello, questa urgenza storica si riflette nell’inquietudine che ancora oggi caratterizza la nostra presenza in movimento. Noi possiamo definirci una realtà che, pur sostando in un territorio, è in continuo esodo. È proprio la vita dalla quale ci lasciamo interrogare che ci mette dentro una dinamica del fluire del movimento della vita stessa e, in ultima analisi, del movimento dello Spirito.

La nostra è un’esperienza di fede: Alda Merini diceva in una sua poesia che “la fede è una mano che ti fa partorire” e, a ben vedere, la nostra vita nei passaggi di questi anni è stata difatti un continuo partorire. Abbiamo accolto fratelli e sorelle, dentro la nostra abitazione, con delle dinamiche che hanno allargato quei paletti di cui parla la Bibbia, per “estendere le tende” delle nostre abitazioni. A Palermo si dice “la casa capi quantu voli lu patruni”, cioé “la casa riesce a contenere quello che vuole il padrone” (si dice così quando si riesce a sistemare persone o cose in uno spazio angusto). Nel nostro particolare specifico la spiritualità comboniana si è mescolata ad una cultura dell’accoglienza propria della Sicilia, terra di approdi e di mescolanze etniche, di “meticciati”. La nostra lingua è ricchissima di idiomi quali lo spagnolo, il francese, il tedesco: in questa mescolanza di lingue rappresentativa del contesto culturale e storico in cui noi ci siamo trovati inseriti, si è mossa e si muove la nostra vocazione missionaria. Essa è fatta sicuramente di impegni, di tante attività, riunioni, incontri e viaggi a livello nazionale per dare vita al gruppo di associazione laicale impregnato del dibattito che c’è dentro questo mondo. Noi sentiamo che oggi la Chiesa ha bisogno di esperienze di Comunità, di cristianità e di umanità dove la spiritualità   comboniana (e non solo), ci permette di vivere il luogo reale dell’incontro con l’altro.

 

La Zattera è oggi una realtà alla quale siamo approdati dopo dieci anni di vita insieme, di vita familiare aperta e sempre vissuta con il desiderio di condividere un’esperienza in maniera più intensa e radicale. Il tutto però dentro una profezia, perché 10 anni fa quando ancora non si accoglieva e mancava un sistema legalmente strutturato dell’accoglienza, a Palermo noi eravamo l’unica struttura a cui bussavano le Istituzioni e il Comune per chiedere ospitalità.

La nostra Comunità si chiama “La Zattera” proprio perché è un luogo da cui traghettare le persone che vi arrivano. Ed è soprattutto un traghettare attraverso le loro storie che si intrecciano con la nostra vita in maniera indelebile. Non è semplice vivere dentro le ferite di chi arriva da situazioni di estrema tragicità, di chi per esempio ha partorito sul barcone due gemelli nati proprio in mezzo al mare ed accolti poi nella nostra Comunità. È una storia che si intreccia con quella del grande mare Mediterraneo, da sempre crocevia di civiltà millenarie. Abitando su questa Isola, la Sicilia, come cristiani non possiamo non lasciarci interpellare da questa urgenza, che per noi è il centro del carisma comboniano, un carisma laicale vissuto dentro le realtà di famiglie e che è autonomo. Noi non siamo i laici dei comboniani, siamo piuttosto delle famiglie che hanno condiviso il carisma comboniano e che, avendo ricevuto questo dono, cercano, ogni volta che è possibile, di “respirare” dentro questa esperienza, in collaborazione e in corresponsabilità.

L’accoglienza è stata il cuore di questa esperienza, ma c’è di più. I primi anni abbiamo investito delle energie per convivere con altre famiglie, concentrati dentro un’idea di Comunità secondo precisi schemi mentali. Non sempre però è stato facile, nel mentre la vita invece è lì davanti e sta gridando “ascoltami, guardami, incontrami”. Nell’esperienza di questi dieci anni c’è stato in alcuni momenti un respiro affannato, in altri momenti un respiro lungo e libero. Oggi stiamo vivendo un tempo fiorente di fertilità, perché siamo usciti dallo schema della Comunità e quindi dall’essere concentrati nel costruire questa Comunità sostenibile senza capire che essa invece era già dentro l’esperienza dei ragazzi che accoglievamo. Abbiamo fatto un passaggio importante, non abbiamo traghettato soltanto le storie che passano dalla Zattera, che poi sono storie che traghettano e approdano in altri luoghi seguendo i progetti migratori delle persone che incontriamo, ma abbiamo traghettato anche noi stessi. Siamo passati cioè da un’accoglienza dove noi eravamo i benefattori, i protagonisti, le persone che si prendevano cura dei migranti quasi con uno spirito caritatevole, a una visione in cui il migrante è un soggetto di diritti. Abbiamo capito che l’esperienza che viviamo è un’esperienza di vicinanza, ci siamo lasciati alle spalle la vecchia visione per approdare a un’esperienza di reciprocità. Noi crediamo che oggi questo sia il valore più fondante riferito anche al momento storico che stiamo vivendo ed è Il valore che ci connota nel nostro incontrare le altre culture dentro uno spazio simbolico rappresentato dalla nostra casa. Ci incontriamo anche se questo richiede uno sforzo. I conflitti non nascono sulle grandi questioni ma sulle piccole cose, cioè può dipendere dal fatto che tu cucini e produci odori e sapori che mi provocano irritazione, o che tu hai uno stile di vita che non corrisponde al mio; quindi ti devi incontrare e per incontrarsi bisogna conoscersi e non è così scontato. A volte noi abbiamo la presunzione che, avendo avuto esperienze con altre culture, quando incontri l’altro già sai tutto. Ma non è così, la Costa D’Avorio è differente dal Gambia tanto per fare un esempio. Abbiamo scoperto che ci sono dei mondi dentro i loro mondi, parliamo dell’Africa come se fossero semplicemente tutti neri. Nell’incontro bisogna posizionarsi al centro non in termini di compromesso, ma entrare dentro delle logiche dove anche le religioni si “meticciano” e così anche la nostra spiritualità. Noi preghiamo tutte le mattine, ma siamo entrati anche dentro una dimensione più allargata perché con noi c’è una ragazza che è musulmana praticante e ci sta regalando momenti di cultura e spiritualità che dilatano queste sapienze che si incontrano e danno un sapore nuovo anche alla nostra vocazione missionaria. È una spiritualità che si interroga di fronte al “nuovo e al diverso” e che a volte entra in crisi perché spesso nel confronto ci facciamo soffocare da troppi schemi mentali e ci perdiamo le cose essenziali perché la vita è davanti a noi e ha bisogno solo di essere colta nel suo significato più profondo.

 

Viviamo in una struttura formata da cinque appartamenti, c’è un salone dove facciamo incontri di ogni tipo, compresa la preghiera giornaliera. La mattina prima di andare a lavorare condividiamo il Vangelo del giorno ed una piccola riflessione e così alla sera, per concludere la giornata, specie nei momenti forti del Natale della Pasqua. Offriamo un percorso di spiritualità aperto ed allargato ad amici e conoscenti che ci vogliono incontrare. Facciamo un percorso di animazione missionaria per giovani, abbiamo aperto un laboratorio di sartoria per persone che vengono non solo ad imparare a cucire ma anche a proporre delle cose creative per vendere piccoli oggetti in modo da autofinanziarsi. La nostra è un’esperienza che è fuori dai programmi e dai progetti governativi; per nostra scelta non abbiamo mai voluto ricevere fondi dal Governo.

Il nostro progetto è reso possibile grazie ai missionari comboniani che ci hanno offerto la casa in gestione sotto tutti gli aspetti. A conti fatti il progetto costa 20.000 € all’anno ed è completamente autofinanziato grazie a piccoli contributi di diverse persone, alla vendita degli oggetti prodotti nel laboratorio e al nostro lavoro. Le persone che vivono da noi sono libere da qualsiasi condizionamento del Governo o del Ministero, che invece decidono in altre circostanze chi accogliere e chi no, chi salvare e chi no. Noi siamo fortemente inseriti in processi virtuosi all’interno della Città con particolare attenzione alla difesa dei diritti dei migranti. Le persone che vivono da noi sono fratelli e sorelle, persone da amare. Abbiamo una cassa comune, una dispensa dove si conservano i beni per tutta la Comunità e chi ha bisogno viene e prende con la massima libertà.

Il nostro non è un lavoro sociale, ma un lavoro che proviene da una chiamata. Gesù ci ha chiamati, ci sentiamo chiamati ed inseriti in questa vocazione di laici missionari comboniani: questo è il carisma che abbiamo sposato.

 

Carla e Mario, comunità missionaria Malbes – Padova

 

La Comunità Missionaria Malbes è nata il 13 settembre 2015 e ha sede nella canonica della Chiesa di Santa Maria Assunta al Bassanello. Mons. Mattiazzo allora Vescovo di Padova, aveva personalmente richiesto l’uso della canonica, vuota da circa 3 anni, per la comunità Malbes che si è occupata della ristrutturazione dei locali per ricavarne i tre appartamenti necessari per ospitare due famiglie e una suora missionaria comboniana.

Questa comunità mista, in cui convivono insieme laici e religiosi, si inserisce nel cammino dell’istituto delle suore missionarie comboniane di questi ultimi anni di condivisione del carisma comboniano con i laici, considerandolo come un dono dello Spirito, parte dell’ identità carismatica che porta a un reciproco arricchimento nella spiritualità e nella missione, nella certezza che queste due vocazioni si illuminano reciprocamente.

La comunità desidera e si impegna ad essere “ponte” e luogo di integrazione tra le persone di diversa nazionalità e religioni presenti sul territorio, operando in rete con le associazioni, istituzioni e parrocchie presenti nella comunità locale e con altre realtà comunitarie allargate legate ad altri istituti religiosi e altre comunità di famiglie presenti nel territorio (es Bethesda, Missio KM 0, famiglie missionarie KM 0).

La comunità in questi primi quattro anni di vita si sta consolidando attorno ai tre pilastri su cui si fonda: Parola, Missione, far causa comune e ha vissuto dei momenti forti che hanno marcato la sua vita:

  • l’uscita di una delle due prime famiglie proprio perché l’esperienza comunitaria richiede una vera e propria vocazione.
  • l’arrivo di una seconda suora.
  • l’apertura al ministero dell’accoglienza, attualmente di due donne immigrate con 4 bambini dei quali uno disabile che riteniamo sia oggi un segno importantissimo di animazione missionaria fatta, non tanto con le parole ma con piccoli gesti concreti verso i poveri e gli esclusi di oggi.
  • Oltre alla partecipazione alla vita ordinaria dell’unità pastorale, in particolare al Bassanello, l’inserimento graduale in alcune attività parrocchiali, consoni al loro carisma, in particolare nell’annuncio della parola aprendo a tutti momenti di condivisione della parola (lettura popolare della bibbia), nella Caritas parrocchiale, nella vista ad anziani e ammalati, nella disponibilità a coordinare il doposcuola in una delle parrocchie dell’unità pastorale, con l’insegnamento dell’italiano ai ragazzi richiedenti asilo della cooperativa populus, con l’organizzazione di alcuni momenti di incontro su tematiche missionarie o di veglie missionarie.
  • Il discernimento in atto con una giovane coppia, che dopo il cammino GIM ha espresso il desiderio di unirsi alla comunità.
  • Guardando adesso al futuro, si auspica un maggior impegno della comunità nella partecipazione alle attività e alla vita parrocchiale, proprio per continuare ad essere un segno e una presenza significativa con un contributo consono alla vocazione missionaria, alla crescita della comunità locale.

In conclusione:

Nell’esperienza di chiesa, queste realtà (CUM, missio km 0, famiglie missionarie a km 0) da un alto è stimolante che ci siano, dall’altro lato rompe schemi, è una novità e in quanto novità dà fastidio, non è neutra, e un compito è cercare di gestire questo fastidio.

Poi essendo esperienza nuova è una sfida, ma che ha già una sua connotazione e cosa ci chiede questa sfida?

– Importanza della preghiera.

– Che sia comunità accogliente.

– Legata alla territorialità.

Nascono delle difficoltà: l’accoglienza richiede il fare spazio, rompe i nostri schemi quotidiani, si deve diminuire; la territorialità significa un contesto parrocchiale vivendo in una canonica, difficoltà coi parroci e alcuni parrocchiani (soprattutto quelli a km 0 rispetto la sacrestia!)

E in tutto questo che cosa ci aiuta? Ci aiuta un senso di gioia, uno stare bene e sentirsi al posto giusto. Il sentire che è una chiamata, vocazione, qualcuno che chiama e non è a caso e si è chiamati ad essere presenza missionaria (come tutti in quanto battezzati).

Sentiamo anche che è importante avere chiara la proposta: come? Ci sentiamo chiamati ad essere piccola comunità; ad essere segno di condivisione e fraternità; ad essere segno ministeriale per il servizio alla carità.

La vocazione come un dono che si è ricevuto e ci chiama ad essere coppia fertile (nel nostro caso) e ciascuno persona fertile ovvero avere disponibilità al servizio, servizio che si manifesta, come già visto, attraverso l’accoglienza, l’attenzione agli ultimi, e il servizio alla Parola.

 

Ore 11 : Dialogo e commenti in sala e in plenario

 

Ore 11: 30 Sintesi e percorsi, comunicazioni e valutazione

 

Come dare continuità a questo incontro?

Organizzare gli incontri nazionali ogni 2 anni intercalati da incontri regionali.

Elisabetta Grimoldi e Marta Chiaradonna (famiglia saveriani) cureranno il coordinamento per le due aree geografiche, e a livello nazionale.

Possibile “Festival della missione 2021”, luogo dove ci ritroveremo come laici missionari.

Creare un’equipe “per fare rete” e divulgare la formazione, le azioni, i progetti… di tutte le famiglie laici Istituti Missionari.

Sognare una rete di laici missionari tra le famiglie/istituti missionari.

Nel sito https://www.istitutimissionari.it/ creare uno spazio WEB per i laici di interscambio dove far girare del materiale utile a tutti.

 

Proposta per organizzare il prossimo incontro:

1   – Avere la chiarezza di appartenenza di identità, lavorare anche su che cosa ci differenzia come laici appartenenti ad uno specifico istituto e come cresciamo nel carisma e come questo si esprime sul territorio e fuori.

2 – Le proposte che abbiamo da condividere, le nostre esperienze e di come cresciamo nel senso di appartenenza e anche come vogliamo essere presenza nella Chiesa locale, che ci sentiamo sempre rivolti alla Chiesa di appartenenza quindi aperti e con proposte puntuali.

3 – Identità e vocazione – cammini e proposte.

4 – Condivisione delle difficoltà per riscoprire insieme delle possibili soluzioni e iniziative.

 

Valutazione:

Un grande grazie alla comunità che ci ha ospitato, a chi ha organizzato e coordinato questo convegno, al Suam.

Molto interessante il clima accogliente, fraterno, sincero che si è creato tra di noi. Non è una cosa semplice e scontata che questo avvenga.

I contenuti delle riflessioni e le testimonianze molto ricchi e utile.

Bella e buona la condivisione, la preghiera, il lavori dei gruppi.

Complimenti ai partecipanti per l’impegno, l’entusiasmo, lo spirito missionario.

Purtroppo ci sono state alcune assenze e dei partecipanti che non si sono fermati tutto il tempo.

Ci voleva più tempo…Magari focalizzare di più un tema, cioè meno cose e approfondire di più.

Ma come primo incontro nazionale è stato molto utile e interessante.

Si raccomanda a tutti di riportare nei propri gruppi sia lo spirito di comunione che ha caratterizzato questi giorni vissuti insieme che i contenuti discussi, perché diventino patrimonio di tutti-e.

 

 

Segretari del convegno:

 

Lorenza e Gennaro