“Tendi la tua mano al povero” (cfr Sir 7,32). La sapienza antica ha posto queste parole come un codice sacro da seguire nella vita. Esse risuonano oggi con tutta la loro carica di significato per aiutare anche noi a concentrare lo sguardo sull’essenziale e superare le barriere dell’indifferenza. La povertà assume sempre volti diversi, che richiedono attenzione ad ogni condizione particolare: in ognuna di queste possiamo incontrare il Signore Gesù, che ha rivelato di essere presente nei suoi fratelli più deboli (cfr Mt 25,40).

Un missionario, P. Luca Vitali della Comunità di Villaregia ci racconta la sua giornata da Belo Horizonte, Brasile:

Ieri con alcuni volontari della Caritas parrocchiale siamo stati nelle favelas per distribuire 124 ceste di frutta e verdura per altrettante famiglie e per consegnare ai numerosi bambini la busta per poter scrivere la letterina a Gesù in vista del Natale. Entrando ancora una volta in quelle casupole di mattoni mal messi o di legno e teli plasticati si resta avvolti da un senso di profonda ingiustizia e di tristezza: ‘come può un figlio di Dio vivere in queste condizioni?’. E mentre salutavo quei volti oramai conosciuti e li ricollocavo in quella realtà così dura, pensavo al messaggio ‘graffiante’ del Papa per questa giornata: “tendi la tua mano al povero”. Queste parole mi hanno provocato a non arretrare quando l’ampiezza dei bisogni e la consapevolezza delle nostre possibili risposte mi scoraggiava. E nel contempo mi aiutava ad intravvedere il bene che nel piccolo stava accadendo davanti ai miei occhi. Sì, perché ho visto tendere le mani ai poveri nel lavoro di Marcilene e Ivair che con noi hanno preparato le ceste da distribuire. Ho visto tendere le mani ai poveri mentre scorgevo Rosimeire e Cleide salutare le famiglie e chiamare ciascuno per nome.E mentre mi accorgevo di questo bene mi tornavano alla mente le due indicazioni concrete che il messaggio consegna a ciascuno di noi: “non evitare coloro che piangono” e “non esitare a visitare chi è malato”. Ieri mentre stavamo distribuendo questi doni della Provvidenza ho visto p. Siro Paolo davanti a una baracca piccolissima. Vi erano un padre e due bambini piccoli. Il sig. Antonio piangeva perché è appena stato licenziato dalla crisi e ora non sa come mantenere la sua famiglia. La casa dove vivono fra poco sarà abbattuta perché in quella favela deve passare la ferrovia. E p. Siro era lì a raccogliere le sue lacrime, quasi come l’otre di cui si racconta nel Salmo (cf. Sal 56,9). Tendere la mano ai poveri allora era anche quel non fuggire davanti alla sofferenza dell’altro, alle sue lacrime, perché non è la stessa cosa piangere soli o davanti a qualcuno!Tenere le mani ai poveri significa anche non esitare a visitare chi è ammalato. Nella traduzione portoghese si dice: “non essere pigro nel visitare chi sta male”. Quasi la preferisco perché esitare è una cosa astratta, essere pigri è concretissimo. E quanto bene mi ha fatto vedere Marilene, João, Lucas e Camila dedicare tutto il sabato mattina fino alle 14.00 per passare di casa in casa in quelle zone di periferia dimenticate dal mondo. La gente, i bambini li aspettavano non tanto per ricevere quella piccola cesta con quelle poche cose, ma per incontrare delle mani tese, dei volti che in qualche modo rimandano al volto di quel Dio Padre e Madre che ama ciascuno, il cui sguardo fa nascere e rinascere.